100 anni della Scuola Bauhaus !
21/03/2019

100 anni della Scuola Bauhaus !

 

 

Sono passati cent’anni esatti da quando Walter Gropius fondò nel 1919 a Weimar lo Staatliches Bauhaus, nato dalla fusione delle due scuole di Arte (1860) ed Arti Applicate (1907) del granducato sassone. In un iconico, potente Manifesto, l’architetto berlinese spiega in poche righe le ragioni del presente e l’urgenza di dover dare una nuova impostazione allo studio di chi costruirà (bauen) la “nuova architettura”: Bau-Haus, la casa del costruire, laddove si forma il neuer Mensch – cittadino dell’età moderna. La Scuola propugna il ritorno a competenze empiriche-artigianali col supporto tuttavia delle nuove tecniche, della conoscenza artistica e di una preparazione onnicomprensiva, al passo coi tempi e libera dalla dittatura degli stili, in un mondo culturalmente dotato per quanto traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra.

Sulla soglia degli anni ’20 la sua Europa ha voglia di rinascere: nella piccola patria turingia della Klassik tedesca, ora culla del nuovo Movimento, si riunisce il primo parlamento democratico tedesco che scrive la Costituzione della Repubblica di Weimar – età dell’oro di arti e scienze, vero primo esperimento di uguaglianza fra tutti gli esseri umani, di partecipazione attiva alla politica e di libertà di pensiero. Il suffragio universale con l’apertura alle donne, la crisi dell’oligarchia, l’agognato egualitarismo dopo secoli di regni ed imperi sono il fertile humus da cui sorge la Berlino luminosa del Ku’damm, dell’emancipata neue Fraue del fondamentale Novembergruppe.

Si direbbe l’inizio di una nuova era, ma Berlino non è la Germania, e nemmeno lo è il microcosmo di Weimar: la magnifica stagione della scuola di Gropius, Klee, Kandinsky e molti altri maestri, la più grande fucina di talenti del Novecento, dura appena il tempo di una pubertà, nonostante l’immediato successo riscosso fra i giovani che da tutta Europa confluiscono nelle tre scuole, affollandone i seminari, figli di una borghesia stanca di accademia e che sogna il cambiamento vivendo il suo tempo a doppia velocità. Molti sono ebrei secolarizzati, moltissime sono le ragazze che riempiono le aule dei corsi di architettura – con grande preoccupazione (alquanto misogina) di Gropius stesso. Sono loro i nemici numero uno di cui i carnefici di Hitler faranno piazza pulita. Nel 1933 il Bauhaus viene chiuso dai nazisti appena saliti al potere; l’avevano già costretto a traslocare a Dessau nel 1925, e infine a Berlino nel ’32. La purezza dei materiali e la linearità delle forme, le inusitate prospettive spaziali e umane, l’incredibile convivenza delle infinite anime e correnti che vi brulicano dentro vivaci non si addicono alla retorica del regime che persegue solo autoritarismo, unità e prevaricazione, rifugiandosi nella sicurezza d’immagini note e spesso riciclate, di forme e orpelli storicisti che inibiscono ogni afflato di creatività.

 

Die Welt neu denken – à-la imaginista

Il motto delle celebrazioni per quest’anno interamente dedicato al Bauhaus non può che essere “pensare il mondo (in modo) nuovo”: oltre 500 eventi coinvolgono 11 differenti nazioni, il Bund tedesco e le tre grandi Istituzioni di Weimar, Dessau e Berlino (riaperte dopo la seconda guerra mondiale) per festeggiare un compleanno internazionale e di rinascita. Perché se in Germania si è ripreso a costruire per il Bauhaus (coi nuovi musei nelle sue tre capitali), ovunque nel mondo se ne celebra l’universalismo delle idee, la loro felice diaspora (dal greco, disseminazione più che dispersione) e l’accoglienza indiscussa di chi le ha in questi 100 anni portate con sé. È un giubileo à-la Bauhaus, che pratica una memoria attiva e ne ripensa, oltre ai trascorsi e le influenze nel presente, i possibili effetti e sviluppi nell’immediato futuro. Dibattiti, conferenze, letture, incontri di specialisti di varie discipline non sono solo un tributo alle molte anime di quel variopinto Movimento oramai centenario ma anche un indispensabile apporto scientifico per la comprensione delle sue attuali potenzialità, fuori dal mito e dalla retorica passatista e patriottica di chi lo vorrebbe chiudere dietro una davvero inappropriata vetrina e/o timbrare con l’esclusivo marchio “made in Germany”.

«Bauhaus ist kein Originalprodukt aus Deutschland», dichiara coraggiosamente Marion von Ostenche ha curato il progetto “Bauhaus Imaginista” attualmente in tournée mondiale – proprio nel momento in cui gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla Germania. L’artista di Lipsia appartiene ad una nuova generazione di giovani studiosi e politici tedeschi, soprattutto donne, contrari ad imbarazzanti esaltazioni sciovinistiche e ad ogni pretesa di superiorità culturale europea, invero difficile da neutralizzare nell’era dei neosovranisti. Dell’umanità e del suo genio sarebbe meglio ammirare più che gli alberi genealogici, la capacità di adattamento e le creazioni.

Wie politisch ist das Bauhaus?

Infine l’interrogativo clou che scuote già da qualche mese la Germania: qual è l’eredità politica del Bauhaus?Ovvero, ancora una volta: è lecito parlare di “politica e arte”? Quesiti già di per sé assolutamente retorici, ancor più al netto dell’incredibile attualità dei temi appena sollevati – la diaspora e le migrazioni, l’integrazione culturale, l’universalismo delle idee, la questione femminile, gli autoritarismi – e dunque scomodi per la politica ufficiale che a tutti costi vuole trovare del partitico dove è assente, accusando l’avversario di turno di strumentalizzazioni pro domo sua, riducendo senso e potenzialità di quei sostantivi a una mera questione di tifo calcistico e svilendo il dibattito culturale al livello d’ipocrite azioni politically correct.

Per chi ancora non ha trovato una risposta, rimane l’invito a leggere il Manifesto Bauhaus del 1919, sulla cui copertina non a caso Gropius volle la Cattedrale dalle mille sfaccettature di Lyonel Feininger, e magari a lasciarsi guidare o almeno ispirare dal calendario di eventi che segue…

Buon Bauhaus a tutti!